L’alveare che dice sì: alla faccia della crisi, lasciamo tutto e puntiamo sul km0

Oggi vi vorrei presentare Eugenio, Paola, Claudia, Claudia e Domenico, ovvero L’Alveare che dice Sì!. Cinque trentenni che hanno deciso di lasciare la strada sicura e percorrere sentieri sterrati. Letteralmente sterrati. Perché si tratta dei sentieri di campagna, quelli ancora poco battuti e poco conosciuti.

2Si tratta di una storia controcorrente che parla di persone arrivate e poi ripartite. Di giovani che sono riusciti a trovare presto quel buon posto di lavoro che tanti rincorrono – la buona posizione! – e che l’hanno lasciato per mettersi in gioco puntando sul sociale e sul solidale.

Perché ve li voglio presentare? Ma, ovviamente, perché la loro storia parla di alimentazione consapevole e di vita sostenibile. Parla di rispetto per la terra e di riscoperta delle comunità. Perché sa di buono… e perché è insegna un ottimo metodo per vivere senza supermercato!

“L’anno scorso a quest’ora ero al 31esimo piano di un grattacielo nel quartiere d’affari di Parigi, rigorosamente in giacca e cravatta. Mi stavo occupando di chiudere qualche contratto milionario…” A vederlo oggi si direbbe impossibile. Lui è Eugenio Sapora, trentadue anni, un passato da stacanovista e un presente da… creatore di Alveari.

“Ho avuto la fortuna di avere un’ottima istruzione, un buon cervello e di raggiungere in poco tempo quella che in genere si definisce un’ottima posizione. Ma a un certo punto mi sono chiesto: perché continuare a usare la mia testa e le mie conoscenze per massimizzare i profitti di una multinazionale? E’ davvero questo quello che voglio?”

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“Il lavoro che fino ad allora era stato tutto per me, mi era diventato estraneo. In quel grattacielo mi sembrava di sprecare tutto. Più stavo lì e più mi sentivo ingrato: verso il mondo e me stesso – prosegue Eugenio – Cosi, ho preso baracca e burattini e son tornato nella mia Torino e lì ho deciso di rimettermi in gioco e di fondare l’Alveare che dice Sì!”.

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L’Alveare che dice Sì! è una start up sostenibile dal punto di vista economico, sociale e ambientale “si tratta di un progetto di sharing economy, di economia partecipativa: una piattaforma che ha l’obiettivo di azzerare la filiera alimentare e mettere faccia a faccia produttori e consumatori. Ma non produttori qualunque – sottolinea Eugenio – solo i produttori locali che rispondano a certi criteri etici e di rispetto per l’ambiente. Per il resto chiunque, privato, azienda o associazione può aprire il proprio Alveare e diventare promotore di una filiera corta e, soprattutto, di un nuovo modo di fare la spesa”.

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“Il nostro obiettivo è di dare ai piccoli agricoltori i mezzi per ritrovare libertà e autonomia, affinché possano vivere decorosamente del loro lavoro. E allo stesso tempo vogliamo offrire prodotti di qualità ai consumatori che, grazie a questo progetto, hanno la possibilità di riscoprire un mondo contadino ancora troppo celato, e di riconnettersi con la natura, accettandone i cicli e godendo dei suoi frutti” continua Claudia Bonato, ventisette anni e un ex lavoro come programmatrice di siti web.

“Dopo anni di lavoro frenetico ho iniziato a soffrire il ritmo delle città e sono diventata fervente lettrice di libri e blog sulla decrescita – spiega Claudia – Il mio cambiamento di vita era già cominciato e quando ho conosciuto L’Alveare ho pensato che sarebbe stato stupendo mettere la mia esperienza a disposizione di qualcosa che coinvolgeva i miei due grandi amore: comunicazione e agricoltura”. Da lì a lasciare tutto, anche per lei, il passo è stato breve.

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“Amo il fatto che l’Alveare metta in contatto produttori e consumatori usando il web, una tecnologia nuova che ha il potere di rendere tutto semplice e conviviale – afferma Claudia – Anche se la mia parte preferita, oggi, rimane quella più reale che virtuale”. Ossia quella della distribuzione vera e propria, quella dell’incontro… “perché conoscere chi produce quello che mangi ti rende consapevole del lavoro immenso che c’è dietro”.

Al progetto ben presto approda anche Claudia Consiglio. Pure lei trentenne, più di dieci traslochi negli ultimi cinque anni, espatriata all’estero, ritornata in Italia, espatriata in un altro continente, per poi ripassare dal via… “La verità è che alla tenera età di 23 anni, appena finito gli studi, mi sono trovata a fare i conti con la vita vera, fuori delle mura domestiche, con un lavoro a tempo determinato che odiavo, il tutto per la stabilità – racconta Claudia – Svegliandomi una mattina mi sono accorta che stavo annaspando, sopravvivendo… Quel giorno ho scelto la sfida, piuttosto che il compromesso. La promessa di impegnarmi affinché i miei sforzi e le mie capacità fossero messe in gioco per ciò che amavo davvero. Il cibo” ammette sorridendo.

E sorride anche Domenico Rago, trent’anni, un’università da finire mai finita e una porta che improvvisamente si apre verso un nuovo mondo, quello del sociale: “Non sempre il cambiamento lo si vede arrivare e a volte basta guardarsi indietro per capire che forse non tutte le scelte sono state prese in modo ponderato… All’epoca, quando ho intrapreso la strada degli studi mai avrei immaginato di trovarmi qui – ammette Domenico – Anche perché, con i tempi che corrono non sempre le favole hanno un lieto fine. Eppure, per me, a un certo punto qualcosa è cambiato davvero: ho riscoperto il valore della comunità”.

Conoscere realtà semplici, vere, autentiche è stata la svolta di questi ragazzi. Avvicinarsi a progetti genuini. Scoprire che esistono lavori in cui credere. Per cui appassionarsi davvero. Una storia controcorrente in tutti i sensi.

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Anche per Paola Tamma che a soli 23 anni ha abbracciato questa sfida. Alle spalle tanti anni all’estero: una borsa di studio per studiare a Edimburgo, un anno di Erasmus a Parigi e il sogno di divenire giornalista. Poi la scintilla con il mondo del sociale e quel curriculum inviato quasi per caso a L’Alveare che dice Sì!: “In realtà mi hanno assunto per eccesso di zelo… credevo talmente tanto in questo progetto che li ho letteralmente tempestati di proposte” ammette ridendo.

“Da subito mi hanno impiegata per andare a conoscere queste realtà contadine. Ho iniziato a incontrare i produttori, che stanno sempre in luoghi in cui ti vorresti stabilire in pianta stabile! – afferma Paola – Mi faccio raccontare le storie e cerco di carpire la mentalità delle persone che ci stanno dietro. E’ stupefacente la varietà umana che si può scoprire e l’entusiasmo contagioso che queste persone trasmettono! Tanti giovani oggi tornano alla terra e a differenza degli agricoltori più anziani magari sanno conciliare metodi antichi e innovazione. Passione autentica, studio e rispetto per la terra”.

L’Alveare, del resto, è uno strumento che vuole incoraggiare non solo scelte alimentari consapevoli ma anche una partecipazione dei cittadini alla vita del territorio: “Tutti, in qualsiasi luogo, possono aprire un Alveare e in breve tempo tutte queste micro-imprese o associazioni formeranno un nuovo modo di vivere l’economia, sociale e positiva – continua Paola – Per esempio proprio ora sono tornata da un giro al Sud: Puglia, Sicilia e Calabria. E’ incredibile i riscontri che ho avuto! C’è molto fermento e i risultati si vedono: noi siamo in continua crescita. Alla faccia della crisi!”

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Del resto la rivoluzione nei modi di fare la spesa sta davvero investendo l’Italia: nella produzione, nella distribuzione e nell’acquisto. Ma anche nelle persone, nella consapevolezza di poter davvero cambiare le cose, nell’entusiasmo di questi trentenni per il progetto che stanno portando avanti, nella riscoperta di valori autentici e genuini.

“Il mio più grande successo? – conclude Eugenio – Aver ridotto, in poco più di un anno, l’importanza del denaro, della carriera e dell’apparenza e, allo stesso tempo, aver riscoperto l’amore per la semplicità delle piccole cose, l’enormità della forza del cambiamento sociale e la passione per il mio lavoro”.

Per info: L’alveare che dice Sì! 

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Elena

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